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Il
gruppo di Cartallegra
Di Raffaella Girelli; pubblicato
in "Funzione gamma Journal", n. 8. Rivista web,
a cura della cattedra di Teorie e tecniche della dinamica
di gruppo. Facoltà di Psicologia, Università
degli Studi di Roma "La Sapienza" (www.funzionegamma.edu)
Introduzione
Desidero condividere l’esperienza
di gruppo, vissuta da giovani portatori di handicap mentale
insieme a me, dall’ottobre 1999 al giugno 2001.
Spero così di offrire alcuni spunti di riflessione
a tutti coloro che, in modi e in ruoli diversi (come professionisti,
familiari, amici), si sono già avvicinati al mondo
dell’handicap mentale o che hanno intenzione di farlo.
Il gruppo, di cui ero la conduttrice, ha avuto luogo una
volta alla settimana nel laboratorio di Roma in cui erano
inseriti i giovani.
Il laboratorio, che in quel periodo era la struttura dell’associazione
“Cartallegra Onlus”, ha concluso le attività
nel settembre 2001, per mancanza di fondi.
In sede preliminare, vorrei spiegare le motivazioni che
mi hanno spinto a intraprendere questo lavoro psicologico-clinico.
A tale scopo, fornirò, nei primi due paragrafi, alcune
brevi informazioni di contesto sul laboratorio e su come
è nato il mio contributo professionale, che è
stato volontario.
I paragrafi successivi sono dedicati rispettivamente alla
descrizione dei ragazzi membri del gruppo e del cammino
psicologico percorso insieme. Quindi esaminerò il
contributo della letteratura specializzata a supporto dell’esperienza
psicologico - clinica qui descritta.
Perché è
nata l’associazione “Cartallegra Onlus”
L’associazione “Cartallegra
Onlus” nasce nel 1999 a partire da un'esigenza precisa.
La struttura aveva già una sua storia di ideatori,
sostenitori economici, ragazzi inseriti e rispettive famiglie,
operatori, volontari.
In un certo periodo della sua storia, nel 1999 appunto,
vengono a mancare i sostegni economici degli abituali benefattori.
Alcuni genitori dei ragazzi in essa inseriti decidono quindi
di costituire l’associazione “Cartallegra Onlus”,
assumendosi la responsabilità della gestione diretta
della struttura, per tentare di garantire il permanere della
sua esistenza.
Il programma riabilitativo dell’associazione, che
io stessa ho progettato e che presenterò tra breve,
si è potuto avvalere, quindi, dell'esperienza basata
sull’attività pluriennale svolta dai ragazzi
nel laboratorio, che era essenzialmente rappresentata dalla
cartotecnica.
In base a tale esperienza, ho ritenuto opportuno proporre
ai ragazzi ulteriori attività. In effetti, la cartotecnica,
svolta isolatamente, era ormai diventata per molti di loro
ripetitiva e inadeguata rispetto all’esigenza di crescere
e di sperimentare le proprie capacità all’interno
del laboratorio.
Tra le nuove proposte, il gruppo si configurava quale spazio
di “meta-attività”, lo spazio in cui
i ragazzi potevano incontrarsi, conoscersi e ri-conoscersi
per quello che erano e che provavano, laddove spesso la
loro esperienza relazionale, generale e soprattutto riabilitativa,
era limitata ad una conoscenza basata su quello che sapevano
o non sapevano fare, oppure che sapevano o non sapevano
imparare a fare. Fornirò esempi di queste considerazioni
nel corso della trattazione clinica. Qui intendo semplicemente
spiegare che il progetto ha cercato di rispondere sia alle
esigenze individuali di crescita dei ragazzi, sia a quelle
del gruppo di lavoro, che essi già costituivano all’interno
del laboratorio, sia a quelle delle loro famiglie, che assistevano
al cambiamento nelle attese dei ragazzi nei confronti delle
proprie giornate impegnate nella struttura.
Una di queste famiglie è la mia. Mia sorella Maria
Claudia, una ragazza affetta da trisomia 21 libera, altrimenti
detta sindrome di Down, frequentava allora il laboratorio.
Desidero dedicare alcune righe a questo aspetto peculiare
dell’esperienza.
Ho voluto e ritenuto opportuno assumere io stessa la conduzione
del gruppo per una serie di motivi, di seguito presentati
(1).
Il primo riguarda la natura del gruppo, che è stato
nel periodo iniziale un gruppo di ascolto (esperienziale).
Successivamente sedute di questo tipo si sono alternate
a sedute di tipo psicoeducazionale. L’esperienza non
si è mai caratterizzata per essere a finalità
psicoterapeutica, pur avendo presentato nei ragazzi, come
illustrerò in seguito, anche risvolti di questo genere.
Il secondo è relativo alla mia formazione, che è
appunto di gruppo, ad orientamento psicoanalitico. Inoltre,
ho letto molte volte in letteratura quanto sia duttile il
gruppo quale strumento di intervento psicologico e psicoterapeutico.
Mi si presentava allora l’occasione di applicare tale
strumento ad un mondo emotivo e psicologico, quello dei
ragazzi che desideravo aiutare appunto, che conoscevo molto
meglio di altri mondi. Nello stesso tempo, mi erano anche
note le aspettative e le esigenze dei genitori e dei familiari
dei medesimi ragazzi, alle quali anche ho cercato di dare
uno spazio, come si leggerà nel progetto.
Il terzo motivo è il cosiddetto “motivo di
realtà”: sarebbe stato difficile trovare uno
psicologo, con una formazione di gruppo, con esperienza
nel mondo dell’handicap mentale, che si assumesse
l’impegno di aderire all’iniziativa in termini
volontaristici.
Il progetto di Cartallegra:
le attività (2)
Nel presente paragrafo riporto
la parte del progetto dell’associazione “Cartallegra
Onlus”, relativa alle nuove attività riabilitative
proposte per il laboratorio, in affiancamento alla cartotecnica.
Il laboratorio si offre ai
ragazzi quale spazio di socializzazione e di acquisizione
di competenze tali da risultare in modo sinergico incisive
sul miglioramento della qualità della vita dei ragazzi
e delle loro famiglie.
La scelta della cartotecnica, quale attività caratterizzante
il laboratorio, era nata anni fa in base alle seguenti considerazioni,
tuttora valide:
- il materiale necessario richiede bassi costi e quindi
consente ampia possibilità di sperimentare l'errore
da parte dei ragazzi;
- i tempi che occorrono per conseguire il prodotto finito
sono brevi;
- i prodotti sono vendibili a basso costo;
- gli strumenti e i macchinari sono semplici, non pericolosi,
e quindi consentono un uso diretto degli stessi da parte
dei ragazzi.
I prodotti, frutto del lavoro svolto dai ragazzi in tale
spazio occupazionale, vogliono essere di carattere e qualità
finalizzati alla vendita.
Lo spirito-guida di ogni attività proposta ai ragazzi
nel laboratorio, e da essi liberamente scelta, è
che questa li veda protagonisti, ossia il più possibile
attivi e partecipi in tutto il suo ciclo di realizzazione
(dall'ideazione dell'oggetto da produrre, all'acquisto dei
materiali necessari, alla sua produzione vera e propria).
In tale spirito ogni attività sarà anche l’occasione
per rinforzare le capacità di autonomia di ognuno.
Le attività previste, e i relativi obiettivi psico-pedagogici,
sono di seguito presentati.
Acquisto dei materiali, una volta al mese, con uscita guidata
dal laboratorio. Obiettivo: conoscenza del territorio, dei
mezzi di trasporto, di un percorso finalizzato, dell'uso
del denaro.
Attività di cartotecnica, tutte le mattine. Obiettivo:
acquisizione di competenze specifiche e sviluppo di un senso
di sé capace e produttivo.
Attività teatrale, un pomeriggio a settimana. Obiettivo:
migliorare la comunicazione, l'espressività emotiva,
la creatività.
Attività di cucina, un giorno a settimana, che vede
i ragazzi impegnati in ogni sua fase: decisione del menù,
lista della spesa, spesa, cucina, preparazione della tavola,
pasto collettivo. Obiettivo: acquisizione di competenze
in cucina e nell'uso del denaro, sviluppo di un senso di
sé capace e produttivo, socializzazione.
Attività di giardinaggio, una mezza mattinata a settimana.
Obiettivo: acquisizione di competenze specifiche e sviluppo
di un senso di sé capace e produttivo.
Attività di yoga, un’ora a settimana. Obiettivo:
migliorare l’integrazione psicofisica.
Gruppo di ascolto con la psicologa, quaranta minuti a settimana.
Obiettivo: facilitare la comunicazione reciproca fra i ragazzi,
assicurare loro uno spazio di "meta-attività"
e riflessione sia sulle esperienze emotive personali sia
sulle attività svolte nel laboratorio. A richiesta,
è attivabile, una volta ogni quindici giorni, uno
spazio di ascolto anche per i genitori o familiari dei ragazzi
(3).
Attività di vendita, almeno una volta all'anno, in
un mercato aperto. Obiettivo: sviluppo del riconoscimento
del valore sociale del lavoro, acquisizione di competenze
riguardo all’uso del denaro.
I ragazzi
(4)
All’avvio del primo
anno di gruppo, i membri si conoscevano, come già
detto, essendo inseriti nella medesima struttura di Cartallegra.
Alcuni di essi, quelli affetti da sindrome di Down, cioè
la maggioranza, avevano partecipato insieme ad attività
di gruppo presso l’Associazione Italiana Persone Down.
Tali attività hanno lo scopo di rendere autonomi
i partecipanti nel perseguimento di obiettivi operativi
relativi alla vita quotidiana, per esempio: il raggiungimento
di una meta nel territorio locale, l’uso dei mezzi
di trasporto pubblici, l’acquisto e l’uso del
denaro.
Si tratta quindi di esperienze di gruppo piuttosto diverse
da quella che io stavo per proporre ai ragazzi. Tuttavia,
voglio ricordare che, sia in base a tali esperienze, sia
in base al lavoro comune svolto nel laboratorio negli anni
precedenti, un livello di comunicazione fra i membri del
gruppo era già in qualche misura sviluppato. Quello
che mi proponevo attraverso il gruppo, come scritto nel
progetto, era facilitare lo sviluppo di un altro livello
di conoscenza e comunicazione fra i ragazzi, più
rispondente alle esigenze affettive degli stessi e al momento
di crescita che stavano attraversando.
Presenterò i ragazzi in poche righe, per motivi di
spazio, non rendendo giustizia alla complessità di
ognuno di loro. In questo modo, tuttavia, quale rovescio
della medaglia, il lettore sarà più facilmente
attento agli aspetti della loro vita relazionale, che il
gruppo ha messo in luce, presentati nel prossimo paragrafo.
Ecco i ragazzi all’avvio del gruppo, per come li vedevo
o conoscevo io allora e per come mi erano stati presentati
dagli operatori del laboratorio.
Maria Claudia ha 21 anni e, come già detto, è
affetta dalla sindrome di Down. Di aspetto sembra più
piccola della sua età, è in grado di dire
solo poche parole, ma di capirne molte di più, accezioni
emotive incluse. Il suo contributo nell’ambito dell’attività
di cartotecnica del laboratorio è limitato ad un
paio di fasi del processo, quali il taglio e l’incollatura
del materiale.
Marco è affetto dalla sindrome di Down e ha 25 anni.
Parla in modo chiaramente comprensibile, è in grado
di costruire interamente un prodotto di cartotecnica. Gli
operatori del laboratorio, tuttavia, lamentano alcuni atteggiamenti
comportamentali anomali di Marco, per esempio che in bagno
si spoglia nudo, che quando è nervoso non vuole lavorare
e può anche fare i dispetti agli altri ragazzi o
agli stessi operatori e volontari. La famiglia è
stata una di quelle più convinte nel dichiarare che
l’attività di cartotecnica non solo era diventata
assolutamente noiosa per Marco ma anche favoriva una certa
sua tendenza alla ripetitività.
Manuela, di 30 anni, ha la sindrome di Down. Il linguaggio
verbale è buono, completo il contributo all’attività
di cartotecnica del laboratorio. Ha un problema all’anca
che le impedisce una veloce deambulazione, tuttavia è
autonoma in ogni movimento corporeo.
Giuseppe ha 23 anni, è affetto dalla sindrome di
Down. Per molti versi si presenta simile a Maria Claudia
nel laboratorio: ha un aspetto delicato e timido, parla
poco, comprende il linguaggio verbale semplice, non è
in grado di produrre un oggetto di cartotecnica finito.
Valentina ha 25 anni. Sa parlare, presenta dalla nascita
un quadro di disturbo cognitivo non ben identificato, con
alcuni aspetti problematici di relazione. A volte si chiude
in attività di disegno o di lettura dei propri giornalini,
che porta da casa, e si rifiuta di contribuire all’attività
del laboratorio, pur essendone in grado.
Alessio è il maggiore del gruppo, ha 33 anni. È
molto grosso ed alto, ha un ritardo mentale dalla nascita.
Parla in modo non sempre comprensibile, comprende quello
che gli operatori e i volontari gli dicono.
Flavio ha la sindrome di Down, ha 29 anni. Non parla e non
si lascia toccare, ha lo sguardo spento, è grosso.
Gli operatori riferiscono che in passato ha parlato. Sembra
comprendere quello che gli viene detto. Contribuisce in
parte all’attività di cartotecnica.
Beatrice, di 29 anni, ha la sindrome di Down. Fra le ragazze
del laboratorio, è quella che veste in modo più
ricercato e adulto. Sa lavorare molto bene nella cartotecnica,
parla velocemente, senza scandire perfettamente le parole.
Non sempre è facile capire quello che dice. Ha un
livello di comprensione verbale fra i più alti all’interno
del laboratorio.
Il gruppo: resoconto
di un percorso psicologico
La prima seduta (4 ottobre
1999)
Da una frase di Alessio detta a me qualche giorno prima,
quando ero passata al laboratorio, deduco che almeno alcuni
dei ragazzi erano stati già informati dagli operatori
sulla novità-gruppo.
Il giorno della prima seduta, al mio arrivo al laboratorio,
trovo nella sala di cartotecnica quasi tutti i ragazzi,
già predisposti al lavoro. Invito i presenti a raggiungermi
nella sala adiacente per il gruppo.
Beatrice è assente e, per una fisioterapia al ginocchio,
lo sarà per le prime 4 sedute. Valentina non vuole
partecipare e prosegue il suo lavoro.
Arriveranno in ritardo al laboratorio e al gruppo: Manuela,
Marco e Flavio.
Appena entrata sposto la scrivania che è in mezzo
alla stanza e dispongo le sedie in cerchio.
I ragazzi entrano, io mi siedo su una sedia e loro a ruota
sulle restanti.
Presento l’iniziativa ai ragazzi: “Sono Raffaella
Girelli, sono psicologa e sono anche la sorella di Maria
Claudia, come alcuni di voi sanno. Questo è un gruppo.
Nel laboratorio avete molte attività: cartotecnica,
teatro, cucina, yoga…il lunedì, se volete,
faremo il gruppo. Qui possiamo parlare di tutto quello che
volete, di come vi trovate al laboratorio e tra di voi.
Potete dirmi di quando siete felici e di quando siete tristi,
delle gioie e dei dispiaceri.”.
Alessio mi stupisce immediatamente in tempestività
ed appropriatezza di intervento dicendo subito dopo che
la madre è morta. Chiedo quando è accaduto,
mi fa capire che è passato del tempo. Cerco di rimandare
qualcosa di confortante rispetto a questo primo pesante
contenuto emerso e dico: “Immagino che sia stato un
grosso dolore per te, puoi ricordarti sempre che il bene
che ti ha voluto tua madre resta con te.”. Sembra
annuire. Coinvolgo il gruppo dicendo che Alessio ci ha detto
una cosa per lui molto importante. Manuela lo segue a ruota
dicendo che suo padre è morto e anche il suo cane
e poi un altro cane e anche un suo amico della parrocchia.
Ripeto più o meno le stesse cose che ho detto ad
Alessio, aggiungendo che anch’io sapevo della morte
del suo amico, che conoscevo, e che era dispiaciuto anche
a me. Manuela annuisce in modo esplicito e deciso.
Quando arrivano Flavio e Marco ripeto chi sono io, cosa
facciamo nel gruppo e riassumo brevemente cosa hanno dato
al gruppo poco prima Alessio e Manuela.
Spesso guardo mia sorella seduta di fronte a me: sembra
sorridere e ammiccare con gli occhi. Inizio a dire che cosa
ha fatto lei quest’estate e chiedo che cosa hanno
fatto gli altri (5). Mi rispondono a turno e soprattutto
Manuela appare vivace e partecipativa, inoltre cerca di
coinvolgere Maria Claudia.
Giuseppe dall’inizio della seduta mangia della pizza
e ripetutamente dice di avere male al fegato, poi alla fronte.
Nel primo caso dico che forse è troppa la pizza che
sta mangiando, nel secondo invito mia sorella, che gli è
seduta accanto, a fargli una carezza di conforto. Lui si
protende verso Maria Claudia e sembra gradire la cosa.
Marco nel corso della seduta si è alzato per darmi
un bacio sulla guancia, io l’ho ricevuto gioiosamente
ma nello stesso tempo ho specificato di nuovo che siamo
lì per parlare.
Subito dopo Giuseppe, Marco interviene dicendo che lui stesso
ha mal di testa perché ieri sera ha fatto tardi e
aggiunge, in particolare, che gli è venuto una volta
quando mi ha visto accompagnare mia sorella al laboratorio.
Io sento di dover restituire al gruppo qualcosa circa questi
“improvvisi malanni”: mi sembrano richieste
di cure, come se il gruppo mi volesse avvisare che lì
ci sono vari danni, che è un gruppo un po’
malato. Dico che, a volte, abbiamo dei mali che non sono
in punti precisi del corpo come in questi casi, ma che ci
fanno male lo stesso, che sono dentro di noi (indicando
il cuore) e che qui possiamo raccontarli.
A questo punto, Marco inizia a elencare alcuni comportamenti
“anomali” degli altri membri del gruppo. Dice,
per esempio, che Giuseppe strizza gli occhi, che Flavio
tira fuori la lingua, che Maria Claudia digrigna i denti.
Io dico che è vero, che ognuno di noi ha dei problemi,
diversi. Marco afferma che dobbiamo parlare dei problemi
e superarli. Lo dice guardandomi e sorridendomi con aria
un po’ ironica. Chiedo se mi sta prendendo in giro,
sostiene di no. Allora dico al gruppo che Marco ci sta proponendo
un patto: quello di parlare dei nostri problemi per superarli
insieme. Marco annuisce luminoso nel volto e propone a Flavio
di fare la pace per quello che gli aveva detto prima (che
tira fuori la lingua). Chiedo se vogliamo accettare la proposta
di Marco e tutti affermano di sì sorridenti. Anche
Flavio che non ha detto mai nulla risponde affermativamente
con la testa e sembra aver capito.
Saluto dicendo che allora, accettato il patto di Marco,
ci rivedremo la settimana prossima.
Nell’uscire incontro Valentina che mi sorride, le
chiedo se la prossima volta vorrà partecipare anche
lei e mi dice di sì.
I due anni di gruppo
Partendo dall’idea di “fare un patto”
sulla proposta di Marco, idea che tutti hanno potuto capire,
è iniziato il cammino fatto insieme il primo anno.
I temi emersi di maggiore rilevanza rispetto agli obiettivi
del gruppo già esplicitati sono stati:
crescere vuol dire anche essere più autonomi nella
vita di tutti i giorni;
comunicare non significa solo e necessariamente saper parlare;
il gruppo può aiutarci a esprimere i sentimenti e
le emozioni.
Il gruppo ha permesso a ognuno dei ragazzi di trovare il
proprio spazio, nel rispetto dei suoi tempi e delle sue
capacità. Ognuno dei tre temi è stato segnalato
con maggiore evidenza da un ragazzo piuttosto che da un
altro, ma ha coinvolto tutti.
Nel secondo anno di gruppo, ho introdotto la lettura guidata
di alcuni materiali sulle operazioni di vita quotidiana,
l’osservazione delle foto dei ragazzi e dei loro familiari,
e la visione di una videocassetta sul tema dei sentimenti
(6). All’esame di questi materiali, è
sempre seguita una discussione di gruppo sull’argomento
di volta in volta esplorato (sedute a carattere psicoeducazionale).
In termini generali, i materiali proposti hanno rappresentato
lo spunto per affrontare il tema della dell’autonomia
e della crescita emotiva. Tutto questo ha avuto senso nella
misura in cui l’anno precedente i ragazzi avevano
comunicato liberamente nel gruppo e avevano imparato ad
accettarsi di più. I piccoli problemi di comportamento
elencati da Marco nel primo incontro non sono stati ignorati.
Anzi, per molte volte li ho segnalati al gruppo quali esempi
di espressioni e modi di comunicare dei ragazzi, cercando
di rimandare agli stessi un’immagine di sé
accettabile e accettata dal gruppo nel suo insieme.
Ognuno a suo modo nel corso dei mesi ha rivelato lo sviluppo
di un senso di appartenenza al gruppo, anche chi non parlava,
per esempio, facendosi trovare al mio arrivo già
seduto in cerchio nella stanza dei nostri incontri (Maria
Claudia), o segnando nel calendario del laboratorio i successivi
appuntamenti con il gruppo (Alessio), o parlandone a casa
con entusiasmo (Valentina), o esprimendosi direttamente
nel gruppo. A questo proposito, riporto uno stralcio di
seduta del secondo anno, in cui Manuela si fa portavoce
del gruppo.
Manuela a un certo punto, riferendosi al gruppo, dice: “Tutti
per uno”. Chiedo cosa vuol dire per lei questa espressione.
Mi risponde ridendo: “La tavola rotonda”. Allora
dico che la tavola di re Artù e dei cavalieri era
rotonda e tutti sedevano in cerchio come noi…Lei dice
ridendo di sì, le chiedo se anche per il gruppo si
potrebbe dire la stessa cosa e risponde di sì.
Neri (1998) individua, nei piccoli gruppi ad orientamento
analitico di adulti, senza ritardo mentale, lo stadio della
comunità dei fratelli. A partire da questa fase,
il gruppo si configura quale soggetto collettivo, capace
di pensiero e di elaborazione emotiva. Probabilmente non
è opportuno applicare qui le categorie di lettura
dei fenomeni gruppali nate dall’osservazione di un
contesto clinico molto diverso. Eppure l’immagine
portata da Manuela del tutti per uno e della tavola rotonda
ha immediatamente suscitato in me la convinzione che effettivamente
il Gruppo esisteva, aveva una sua voce e un suo pensiero,
che avrebbero supportato le voci e i pensieri dei suoi membri.
A proposito della gestione da parte dei ragazzi di alcune
emozioni, gli operatori mi hanno riferito che Marco nel
corso del primo anno di gruppo si è molto calmato
e ha ridotto i suoi comportamenti provocatori. Marco ha
più volte raccontato in seduta i suoi litigi con
Flavio. In genere nascevano perché Marco non voleva
accettare il fatto che Flavio non vuole essere toccato.
In una di queste sedute, quella precedente alla pausa delle
vacanze di Pasqua del primo anno, è accaduto quanto
segue.
Marco racconta che Flavio si è arrabbiato con lui
questa mattina e gli ha dato un pugno alla casa famiglia
da cui vengono. Flavio resta in silenzio. Manuela chiede
a Flavio se è vero. Flavio non risponde ma avvertiamo
tutti che è vero. Dico a Flavio che se si è
arrabbiato dovrebbe dirci il perché, che chiudendo
il pugno non fa capire a Marco il motivo dell’arrabbiatura
e lui rimane comunque arrabbiato. Conoscendo il fare a volte
dispettoso di Marco che tocca Flavio, come anche in questo
momento, dico a Marco che da parte sua non dovrebbe provocarlo.
Continuo a dire a Flavio che Marco ha detto più volte
al gruppo che è suo amico e che gli vuole bene, che
lo abbiamo visto tutti. Flavio sorride e porge il gesto
di pace a Marco. Marco ricambia e poi lo porge a me ringraziandomi.
Anch’io faccio il gesto della pace, poi anche con
Flavio, e a partire dall’iniziativa di Manuela tutti
si scambiano il gesto. Quindi ci facciamo gli auguri di
Pasqua e ci salutiamo.
Mi è sembrata una cosa abbastanza straordinaria che
Flavio porgesse la mano a Marco, lui così poco incline
al contatto fisico. Da quel momento in poi, ha preso iniziative
di questo tipo, soprattutto verso i membri del gruppo che
non parlano, come Maria Claudia (per esempio, accompagnandola
a sedersi sulla sedia). Non credo sia accaduto qualcosa
di magico in quella seduta. Semplicemente si era creato
nel tempo, evidentemente, un clima affettivo che ha permesso
un importante sblocco da parte di Flavio e la rinuncia da
parte di Marco a “provocare” le risposte di
affetto da parte degli altri. Posso dire che Marco ha imparato
a chiederle nel gruppo e nel laboratorio. Ha anche dimostrato
di poter accettare le modalità altre di fornire tali
risposte, per esempio il sorriso, da parte di quei membri
del gruppo che non sapevano verbalizzarle (Giuseppe, Maria
Claudia).
In altri termini, ciò che ha accomunato i ragazzi
nel percorso di gruppo è stata la possibilità
di entrare in contatto con nuovi modi di esprimersi e di
essere in relazione. Queste nuove capacità relazionali
hanno trovato riscontro positivo, di volta di volta, da
parte del gruppo, di un singolo membro o da parte mia. In
questo senso, vorrei ricordare quanto scrive C. Neri (1998,
p. 145) sul processo di “animazione” (7):
“Un altro effetto del gruppo sulle persone che vi
prendono parte stabilendo un positivo rapporto […]
certi aspetti della personalità dei pazienti da sempre
presenti, ma quiescenti e inespressi, prendono vita e acquistano
profondità e intensità. ”.
Come spiegherò a conclusione di questo lavoro, trovo
che il processo di animazione abbia costituito l’esperienza
fondante del percorso trasformativo dei ragazzi nel corso
del gruppo.
Uno sguardo alla
letteratura
È ormai ampiamente
documentato dalla letteratura internazionale che il gruppo
possa costituire un efficace strumento di intervento per
gli adolescenti e i giovani adulti. Anche limitando l’indagine
ai soli contributi di orientamento analitico, essi sono
numerosi. Gli autori hanno posto l’accento su compiti
evolutivi diversi che l’adolescente è impegnato
ad affrontare, tutti inerenti al complesso processo trasformativo
proprio di questa fase del ciclo vitale. In ogni caso, i
medesimi autori hanno trovato nel gruppo lo strumento elettivo
per sostenere l’adolescente.
Tra i numerosi contributi in lingua inglese, segnalo quelli
di: Cramer Azima e Richmond (1988, 1989), Tuttman (1991),
MacLennan e Dies (1992), Dwivedi (1993), Rachman (1995),
Kymissis e Halperin (1996).
Anche in Italia, i gruppi di intervento psicologico e psicoterapeutico
per adolescenti hanno una propria tradizione, anche se meno
consolidata.
Una rassegna degli articoli italiani dedicati a tali esperienze
si trova in un capitolo appositamente dedicato all’interno
del testo di Lo Verso e Raia (1998).
Il gruppo esperienziale, inoltre, è stato adottato
in ambito scolastico per prevenire il disagio e l’abbandono
da parte dei ragazzi (cfr. M. Bernabei, R. Girelli e C.
Neri 1999).
Per citare un esempio applicativo nei reparti psichiatrici
per adolescenti, ricordo l’esperienza di gruppo proposta
da Bosi, Benvenuti, Gallo, Jozia e Carratelli (2000, p.
180), in cui il gruppo ha svolto la funzione “sia
da oggetto sé rispecchiante, sia da oggetto sé
ideale ed onnipotente, sia da oggetto sé gemellare
(8) […laddove, ivi p. 178] La patologia grave
è caratterizzata essenzialmente da una discontinuità,
frammentazione, mancanza di integrazione, continuità
e vitalizzazione, di una funzione essenziale di fondo che
definiamo Sé”.
Purtroppo i gruppi esperienziali o squisitamente psicoterapeutici
con giovani portatori di handicap mentale sono molto meno
numerosi.
In particolare, McCormack e Sinason (1997, pp. 186-187)
denunciano la scissione presente nel mondo sanitario che
riguarda gli interventi per persone senza ritardo e con
ritardo: “Vi è una netta separazione tra operatori
di salute mentale tradizionali, con formazione ed esperienza
di terapia psicodinamica o cognitivista individuale, di
gruppo o della famiglia, e persone che hanno la capacità
emotiva di stare con persone ritardate, ma che non hanno
alcuna formazione in questi ambiti. Questo cordon sanitaire
è stato perpetuato dal diffuso diniego del fatto
che bambini, adolescenti, e adulti con handicap grave e
profondo abbiano dei sentimenti […] anche se ora si
sta iniziando a mettere in dubbio questa concezione errata.”.
Gli stessi autori sono convinti della similarità
fra i processi gruppali di adolescenti “normali”
e di adolescenti con handicap, la cui differenza è
solo relativa ai tempi di svolgimento (ivi, p. 196): “A
parte il contenuto del materiale di gruppo, il processo
segue strettamente quello di altri gruppi […] Ciascuno
stadio è però più lungo a causa delle
carenze cognitive reali dei pazienti e della loro difficoltà
nei processi di pensiero.”. I due autori concludono
l’articolo affermando che bambini e adulti con handicap
mentale possono avvalersi dell’intervento di gruppo.
Il loro modello di riferimento è ad orientamento
psicoanalitico, così come le esperienze di gruppo
descritte nella letteratura specializzata cui fanno riferimento.
In questo senso, il loro contributo mi sembra assai rilevante,
considerato che, come loro stessi ricordano, la psicoanalisi
tradizionale ha considerato per molto tempo le persone disabili
con un mondo interno troppo “povero” per potersi
avvalere di un intervento psicoterapeutico.
Fra i contributi italiani, è noto che Levi ha espresso
la propria convinzione circa la sofferenza mentale dei bambini
con gravi disturbi dell’apprendimento.
È possibile osservare che tale sofferenza non è
intrinsecamente legata al ritardo mentale, bensì
correlata ad aspetti secondari dello stesso, quali la vergogna
sociale, la difficoltà di costruire un adeguato senso
di autostima.
Da questo punto di vista, il gruppo, rispetto ad altri strumenti
terapeutici, presenta il valore aggiunto di intervenire
contemporaneamente su più livelli: relazionale, cognitivo,
affettivo. Stoppa, Mascellani, Tartari e Giorgi (2000, p.
680), per esempio, ne segnalano l’efficacia per i
bambini con disturbi dell’apprendimento, proprio in
virtù della possibilità di realizzare in questo
setting delle situazioni di apprendimento collaborativo,
in cui: “L’interazione gruppale […] diventa
una messa in comune di esperienze individuali che può
produrre cambiamenti nel funzionamento del concetto di sé;
attraverso le identificazioni nel gruppo la persona è
accettata al di là della propria efficienza […]
le condizioni di inadeguatezza, di diversità e di
solitudine, vengono ri-comprese.”.
Considerazioni conclusive
I ragazzi di cui ho scritto
in questo lavoro, prima di partecipare al gruppo, avevano
passato molto del loro tempo in laboratorio a costruire
oggetti di cartone colorato. Tale attività aveva
senz’altro consentito loro di sviluppare competenze
tecniche nonché una qualche capacità di produttività
autonoma. I ragazzi, tuttavia, pur essendo tutti da tempo
entrati in una dimensione di vita adolescenziale se non
di giovani adulti, presentavano un’esperienza e una
conoscenza reciproca piuttosto carente sul piano di quell’abilità
nelle relazioni interpersonali che D. Goleman (1995) ha
definito intelligenza emotiva.
Tale capacità relazionale è proprio quella
che, a mio avviso, anche quale sorella di Maria Claudia,
poteva consentire un salto di qualità nella vita
dei ragazzi, indipendentemente dal loro livello intellettivo
strettamente inteso.
La mia ipotesi di partenza riguardava dunque l’efficacia
del gruppo quale spazio-strumento di sviluppo dell’intelligenza
emotiva di giovani con ritardo mentale.
Rispetto a questa esperienza di gruppo, nonostante il riscontro
positivo ottenuto sul piano del comportamento e del benessere
psicologico dei ragazzi, non mi sento di trarre delle vere
e proprie conclusioni. Tuttavia, alcune delle considerazioni
da me riportate, a proposito del percorso trasformativo
che si è verificato nel gruppo, sono confermate,
come si è visto, dalla letteratura specializzata.
Inoltre, volendo sintetizzare in un fenomeno principale
tutto quello che è accaduto in questi due anni nel
gruppo, mi sembra particolarmente efficace quello di “animazione”,
individuato da C. Neri (1998) e già ricordato in
questo lavoro. Si tratta del processo tramite il quale la
persona, grazie alla intensa partecipazione affettiva alla
vita di gruppo e all'incontro-confronto con modi di pensare
molto diversi da quelli della propria famiglia e del proprio
ambiente, riesce a sperimentare e integrare nella propria
personalità parti autentiche di sé, altrimenti
difficilmente esprimibili e quindi non vissute. Credo che
il gruppo abbia rappresentato proprio tale opportunità
per i ragazzi di Cartallegra.
Questo dovrebbe contribuire a superare certe resistenze,
ancora in parte presenti, a proporre interventi di tipo
psicologico o psicoterapeutico per i portatori di handicap
mentale, tali da non includere sempre e soltanto percorsi
di apprendimento cognitivo, inteso nel senso più
stretto del termine.
Note
(1) L'opportunità
di questa scelta mi è stata confermata dal supervisore
clinico che mi ha seguito nel corso del primo anno di gruppo.
(2) Desidero ringraziare
Anna Contardi, coordinatore nazionale dell'AIPD-onlus per
i preziosi consigli ricevuti al momento della stesura del
progetto dell'associazione "Cartallegra Onlus"
nel 1999. L'interesse di Anna Contardi nei confronti del
laboratorio non era comunque nuovo, essendo stata la promotrice,
anni prima, dell'attività di cartotecnica nella fase
di avvio della struttura.
(3) In realtà, nessuno
dei genitori o dei familiari dei ragazzi ha richiesto un
incontro singolo con me nei due anni di gruppo. Alla fine
del primo anno di attività del gruppo, su richiesta
del responsabile del laboratorio, ho organizzato un incontro
collettivo con i genitori dei ragazzi. In tale riunione,
ho fornito una prima restituzione sull'esperienza di gruppo
e ho cercato di indagare l'impatto della stessa sulle famiglie
dei ragazzi. Nel complesso, i genitori si erano mostrati
soddisfatti e avevano espresso l'adesione al proseguimento
dell'iniziativa per l'anno successivo.
(4) Nel corso del presente
lavoro, a tutela della privacy dei membri del gruppo, si
sono cambiati i nomi propri dei ragazzi. Fa eccezione il
nome di mia sorella Maria Claudia, per mantenere il quale
ho ottenuto personalmente il consenso del suo tutore legale.
(5) Il laboratorio aveva
ripreso da pochi giorni le attivita' dopo la pausa estiva.
(6) Il film in questione
è stato realizzato a cura dell'AIPD-onlus e della
Fondazione Italiana Verso il Futuro. Il titolo è
"A proposito di sentimenti", i protagonisti sono
dei ragazzi con la Sindrome di Down che raccontano le loro
esperienze di coppia.
(7) Il contesto clinico di
riferimento dell'autore è quello già indicato
quale piccolo gruppo ad orientamento analitico con adulti
(non portatori di handicap).
(8) Per un approfondimento
sulle funzioni del gruppo quale oggetto sé, cfr.
C. Neri (1998); I. N. H. Harwood, M. Pines (1998).
Bibliografia
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