Un
angelo con Sindrome Down in una Natività fiamminga
del sedicesimo secolo
di Andrew S. Levitas and Cheril S. Reid; pubblicato
su Sindrome Down Notizie, 2003, n.2; traduzione a cura di
Giulio Iraci del Gruppo Siblings
Qualche
mese fa sull’American Journal of Medical Genetics
è apparso un articolo che parlava di un dipinto fiammingo
del ‘500 in cui due personaggi, un angelo e un pastore,
mostrano i tratti tipici della sindrome Down. Incuriosito
dalla notizia, ho cercato di saperne di più e, dopo
alcune ricerche, sono riuscito a contattare gli autori dell’articolo
che si sono subito offerti di inviarmene una copia. Ho così
potuto vedere le immagini del dipinto e constatare con i
miei occhi che le loro supposizioni erano fondate. E’
stato allora che ho deciso di divulgare la notizia per permettere
ad altre persone che ruotano attorno alla SD di prenderne
visione ed esprimere un loro parere.
L’interesse della scoperta, in verità, sembra
andare ben oltre il suo valore scientifico. Nei mesi scorsi,
infatti, gli esperti si sono interrogati su quale sia il
vero significato da attribuire al dipinto e, specialmente,
se tale significato sia da ricercare solo all’interno
o anche al di fuori dei riferimenti religiosi a cui la tela
è certamente ispirata. Così, mentre alcuni
si sono spinti fino ad esaltare il carattere celestiale
di quelle figure, altri si sono limitati a porre l’accento
sui moventi estetici dell’artista o, tutt’al
più, a dedurne la possibile prova, tutta da verificare,
di una già manifesta attenzione alla disabilità.
Di là dalle interpretazioni teologiche ed estetiche,
e dalle eventuali implicazioni in campo medico, il dipinto
offre spunti interessanti per riflettere sulla qualità
di vita dei disabili vissuti cinquecento anni fa. Io stesso
confesso di essere rimasto profondamente affascinato (e,
in qualche misura, turbato) al pensiero di come sarebbe
stata a quel tempo la vita di mio fratello, chiedendomi
soprattutto se sarebbe stato accettato, rispettato, tutelato.
In questa prospettiva, l’articolo del dr. Levitas
e della dott.sa Reid ha il pregio di riprendere il discorso
intorno al ruolo delle persone con SD nei secoli passati
e di gettare un po’ di luce sulle incertezze che tuttora
avvolgono il mondo della disabilità nella storia
antica e recente.
Giulio Iraci
fratello di Francesco
Un angelo con
Sindrome Down in una Natività fiamminga del sedicesimo
secolo *
La rappresentazione
artistica di sindromi della malformazione ha avuto un interesse
crescente, spesso come punto di partenza per il dibattito
sulla storia medica. Abbiamo identificato una Natività
fiamminga del XVI secolo nella quale una figura angelica
appare chiaramente diversa dagli altri individui, con una
parvenza di sindrome Down. In passato, diversi osservatori
hanno identificato la sindrome Down nell’arte premoderna
favorendo talvolta discussioni sulla sua storia, sulla sua
diffusione e sulla sua connessione con l’ipotiroidismo.
Questa potrebbe essere una delle prime rappresentazioni
europee della sindrome. La raffigurazione angelica di persone
con sindrome Down solleva diversi interrogativi sulla condizione
in cui vivevano nel tardo medioevo e sull’accettazione
sociale delle anomalie lievi rispetto alle gravi malformazioni,
specie nella valutazione profetica delle disabilità.
Per contro, la descrizione di Langdon Down avvenne solo
dopo l’evoluzione di concetti riguardanti la rilevanza
clinica sia dell’aspetto fisico che della misurazione.
INTRODUZIONE
Le indagini
sulla raffigurazione artistica delle diverse patologie sono
state un passatempo crescente tra i medici. Tali rappresentazioni
sono state utilizzate in passato come base per ipotesi sulla
diffusione, sul ruolo delle persone handicappate nella società
e sull’evoluzione delle moderne concezioni della patogenesi.
Alcune condizioni sono state ravvisate con frequenza elevata
(come nel caso dell’acondroplasia), altre più
di rado. Alcuni osservatori hanno utilizzato le riflessioni
sull’arte per sviluppare ipotesi riguardanti la posizione
sociale, il trattamento o il livello di conoscenze mediche
all’epoca dell’artista.
Una condizione che ha riscosso un’attenzione considerevole
è la sindrome Down, oggetto di una serie di lettere
e più tardi di diversi articoli relativi alla sua
raffigurazione nei dipinti del XVII secolo e oltre. Abbiamo
osservato un precedente dipinto al Metropolitan Museum of
Art di New York che ricorda la sindrome Down e nel quale
la persona è raffigurata come un essere benevolo
(un angelo). Offriamo pertanto un contributo a questa crescente
discussione insieme ad alcune nuove indagini sulla cultura
contemporanea in rapporto all’accettazione e al ruolo
delle persone con sindrome Down e altre disabilità
dello sviluppo.
IL
DIPINTO
(clicca
sulle immagini per ingrandirle)

Il dipinto (olio su legno; fig. 1), risalente approssimativamente
al 1515, è intitolato L’adorazione del Cristo
Bambino e secondo gli esperti del Metropolitan Museum fu
realizzato da “uno sconosciuto seguace di Jan Joest
of Kalkar” [Ainsworth and Christiansen, 1998]. Alcuni
critici d’arte lo hanno attribuito a un esponente
della scuola fiamminga la cui identità può
essere stata quella di Joos van Cleve [O’Neill, 1984]
o Henrik van Wueluwe [Goddard, 1985], benché lo si
ricordi propriamente come il Meister di Francoforte. Il
Meister (ca. 1460–1533) ebbe un prolifico studio privato
ad Anversa [Wolff-Thomsen, 1997]. Le prime notizie sulla
provenienza del dipinto risalgono a Berlino nel 1917, anno
in cui fu venduto da Richard von Kaufman a Paul Cassirer,
anch’egli berlinese. In seguito cambiò di mano
diverse volte prima di giungere nel 1967 negli Stati Uniti
ed essere donato al Metropolitan Museum of Art dalla Fondazione
Jack e Belle Linsky nel 1980-1982 [Ainsworth and Christiensen,
1998]. Il dipinto è una delle numerose raffigurazioni
contemporanee della Natività, ma una delle poche
ambientate di notte. Si rifà al tipico motivo delle
Natività rinascimentali secondo cui la santa famiglia
cristiana è attorniata da ammiratori, sia terreni
che celesti. Simili scene della Natività notturna
si basano su una presunta visione apparsa a Santa Brigida
nella quale il Cristo bambino è attorniato da Maria,
da Giuseppe, da ammiratori terreni (pastori, in questo caso),
da animali e da angeli che producono “un canto meravigliosamente
dolce e melodioso”. Il divino infante emana una luce
celestiale (“grandiosa e ineffabile”) che illumina
gli astanti dal basso [Ainsworth and Christiansen, 1998].
A quel tempo,
i dipinti con soggetti religiosi mostravano frequentemente
sullo sfondo animali e altri oggetti con intenti simbolici.
Si ritiene, ad esempio, che l’asino in questo dipinto
rappresenti i miscredenti costretti a riconoscere la santità
del bambino [Wolff-Thomsen, 1997]. Almeno uno degli angeli
e uno degli ammiratori terreni hanno un’evidente somiglianza
facciale (Figg. 2 e 3). Un esame ravvicinato del trio di
angeli in primo piano (Fig. 2) mostra che l’angelo
accanto a Maria, la cui unica ala è dietro la testa,
ha il viso schiacciato, pieghe apicantali, le fessure delle
palpebre oblique, la punta del naso piccola e all’insù
e gli angoli della bocca curvati all’ingiù.
I capelli sono alquanto arricciati, ma ciò può
essere dovuto alle convenzioni artistiche sugli angeli.
Questa immagine differisce da quella dell’angelo centrale
nella triade, i cui lineamenti aquilini somigliano a quelli
di Maria, e degli altri angeli, così come a quelli
di tutti gli altri angeli sullo sfondo. Le mani sono incrociate
sul petto e hanno dita piccole, specialmente a sinistra.
Per contro, le mani di Maria e degli altri angeli sullo
sfondo hanno delle dita lunghe e affusolate.
L’ammiratore terreno al centro (dietro gli angeli),
forse un pastore con un corno d’ariete (Fig. 3), è
anch’egli inusuale nell’aspetto e leggermente
simile all’angelo. Esistono tuttavia alcune differenze.
I capelli sono lisci; le fessure delle palpebre, anch’esse
oblique, sembrano essere più allungate e non si escludono
segni di ptosi. Gli occhi, inoltre, ampiamente distanziati,
mostrano un apparente ipertelorismo che potrebbe essere
il risultato di un’errata interpretazione del ponte
nasale appiattito. I guanti impediscono di valutare la configurazione
della mano visibile. E’ incerto dunque se questa figura
volesse rassomigliare all’angelo atipico.

SINDROME
DOWN E ARTE: OSSERVAZIONI PRECEDENTI
La sindrome
Down porta l’eponimo di Langdon Down, che ne descrisse
la condizione nel 1866 nella sua monografia Osservazioni
su una Classificazione Etnica degli Idioti [Down, 1867],
ma fu anche descritta da Seguin e poi da altri. Diversamente
dai precedenti schemi descrittivi, che distinguevano solo
il cretinismo da tutte le altre forme di “debolezza
mentale” [Kanner, 1964], Down identificò la
condizione sulla base delle caratteristiche fisiche. Seguin,
analogamente alla maggior parte dei medici di allora, pensò
che la sindrome Down fosse una variante del cretinismo,
descritta secoli prima (da Paracelsus e Felix Plater) [Kanner,
1964; Scheeremberg, 1983]. Questo errore fu forse accentuato
dalle maggiori probabilità di ipotiroidismo nella
sindrome Down. [Zori et al., 1990].
Dato lo specifico fenotipo e la diffusione della sindrome
Down nell’era moderna, numerosi autori hanno cercato
prove storiche di persone vissute prima della sua identificazione,
particolarmente nell’arte rinascimentale e pre-rinascimentale.
Un interessante dibattito apparve sul Lancet nel 1968. Mirkinson
[1968] ipotizzò che la sindrome Down fosse una patologia
moderna, data la sua apparente rarità nell’arte,
e sfidò i suoi colleghi a smentirlo con raffigurazioni
storiche della disabilità. Richards [1968] osservò
che, se si confrontavano i dati demografici, si poteva notare
come in passato le persone con sindrome Down nascessero
da madri relativamente più giovani e come pochi di
loro sopravvivessero all’infanzia; aggiunse che un
possibile dipinto era stato segnalato nella letteratura
pediatrica tedesca da Zellweger. Questi rispose [1968] di
aver saputo del dipinto - un quadro del 1640 ca. di Jacob
Jordaens che ritrae una madre di mezz’età con
il figlio - per via di un articolo di Siegert del 1910;
riferì anche di un altro dipinto realizzato circa
20 anni prima dallo stesso artista che ritraeva la stessa
donna più giovane di 20 anni, ma con un bambino della
stessa età e di pari aspetto. I critici d’arte
ritennero che i bambini dei due dipinti fossero i figli
di Jordaens. Zellweger adottò la teoria che ciascun
dipinto ritraeva bambini differenti, sostenendo la diagnosi
della sindrome Down nei fratelli [siblings]. La risoluzione
delle riproduzioni disponibili non permette di avvalorare
questa ipotesi. Da allora diverse pubblicazioni sulle malformazioni
nell’arte hanno suggerito altre possibili opere prima
della descrizione di Down. Kunze e Nippert [1986], ad esempio,
segnalarono alcune sculture egiziane del I secolo, del Messico
precolombiano e dalla civiltà inca. Indicarono anche
due dipinti risalenti ai primi del ‘500. Uno di questi,
anonimo, riproduceva le sventure che accompagnano la comparsa
di una cometa. L’altro, proveniente da Aachen, era
un Ecce homo datato approssimativamente 1505 e dipinto da
un artista designato come il Maestro dell’altare di
Aachen. Il dipinto ritrae la persona che si suppone affetta
da sindrome Down come un giullare di corte che gioca con
una scimmia. Kanner [1964] suggerì che simili raffigurazioni
di persone con disabilità mentali derivassero dall’osservazione
diretta dei giullari.
Andando a ritroso fino alla valutazione di Ruhräh [1935]
della Vergine con Bambino attribuita al Mantegna, Volpe
[1986] ipotizzò la presenza di segni combinati di
sindrome Down e cretinismo. A suo modo di vedere, la sindrome
Down emerse solo quando i casi di cretinismo diminuirono
nel tardo XIX secolo e ai primi del XX. L’apparente
gozzo nella Madonna rafforzò l’idea secondo
cui, come aveva già osservato il Ruhräh, entrambe
le condizioni fossero raffigurate nel bambino. Volpe precisò
che lo stesso bambino comparve in numerosi dipinti del Mantegna,
contrassegnato da una postura facciale apatica piuttosto
che dai tratti caratteristici della sindrome Down.
DISCUSSIONE
La collezione
del Metropolitan comprende un’altra adorazione del
Cristo bambino attribuita al laboratorio del Meister di
Francoforte che sarebbe identica all’altra se non
fosse che ritrae volti completamente diversi e nessuno con
anomalie anche lievi [Ainsworth e Christiansen, 1998]. Quando
si confrontano i due dipinti l’unicità dell’angelo
sopra descritto risulta ancora più rimarchevole.
Se ne deduce perciò che, date le notevoli differenze
con agli altri, l’angelo affianco a Maria nel dipinto
sopra descritto doveva avere la sindrome Down. Anche il
pastore centrale nel dipinto presenta lievi anomalie, ma
esse non chiariscono se si tratti della sindrome Down o
di un’altra condizione.
Questo dipinto può essere una delle prime rappresentazioni
europee della sindrome Down. Se la nostra diagnosi si rivelasse
corretta implicherebbe che la sindrome Down non è
una patologia moderna. Nel XVI secolo, come suggerì
Richards [1968], i tassi di diffusione potevano benissimo
non essere molto elevati, ma l’autore di questo curioso
dipinto deve aver avuto una certa familiarità con
la sindrome per aver ritratto un aspetto e delle mani in
modo così singolare. Naturalmente, non è dato
sapere se in questo dipinto il modello dell’angelo
e forse del pastore avessero la sindrome Down, ma è
stimolante immaginare che fosse così. Dato il frequente
impiego di modelli viventi da parte degli artisti e data
la diffusa tendenza a servirsi dei propri familiari e degli
amici come modelli, è persino possibile che fosse
un individuo ben noto all’artista.
Si sa che gli artisti dipingevano il mondo che li circondava
come lo vedevano, senza lasciarsi troppo influenzare dalla
cultura dominante. La descrizione di una persona conosciuta,
inoltre, poteva discostarsi dalla sua opinione personale
sul modello. La raffigurazione benevola di una o più
persone con disabilità tuttavia contrasta con altri
esempi noti nella pratica artistica dell’epoca. A
quel tempo, infatti, si era inclini a dipingere le persone
con disabilità conclamate come simboli di comicità
o di malvagità, rifacendosi nel secondo caso all’atteggiamento
espresso da Martin Lutero nei suoi scritti religiosi. Esistono
diverse possibili spiegazioni di una raffigurazione benigna
di una persona con disabilità nella cultura del XVI
secolo: ci si avvaleva della persona disabile per scopi
simbolici; l’artista aveva dei sentimenti di simpatia
per il modello indipendentemente dalla disabilità;
le disabilità non erano riconosciute come tali.
La letteratura sul ritardo mentale [Kanner, 1964; Scheeremberger,
1983] offre diversi esempi di un miglior trattamento, incluso
il pagamento di sussidi alle famiglie nella Francoforte
(Germania) e nella Gheel (Belgio) del 1497 affinché
si prendessero cura dei figli disabili. In epoche precedenti
molti bambini con disabilità erano affidati ai monasteri,
una pratica associata all’oblazione. Tale pratica
declinò dopo il XIII secolo, evolvendo in vario modo
fino alla sistemazione, intorno al XVI secolo, nei brefotrofi
i cui tassi di mortalità non consentivano di avere
una gran numero di bambini con sindrome Down [Boswell, 1988].
D’altro canto, un bambino con sindrome Down, la cui
vita non fosse stata minacciata da malformazioni congenite,
sarebbe potuto sopravvivere.
Gli scritti del XVI secolo offrono un’ampia documentazione
di ipotesi divergenti sui motivi che avrebbero potuto convincere
una famiglia a lasciare a casa il familiare disabile. La
più negativa di queste ipotesi, esposta da Martin
Lutero, sosteneva che nelle persone con ritardo mentale
albergassero dei demoni [Kanner, 1964; Scheeremberger, 1983],
una visione forse in linea con la raffigurazione nell’Ecce
Homo di Aachen, ma in netto contrasto con quella del dipinto
preso in esame. La credenza più indulgente, invece,
era che le persone con ritardo mentale fossero innocenti
ed esentate dal castigo per i peccati futuri in virtù
della loro esclusione dalla vita sessuale [Cusack, 1977].
Esistono prove del trattamento benigno delle malattie mentali
e delle persone con ritardo mentale nel Belgio del XVI secolo
presso la comunità che circonda il santuario di S.
Dimphna a Gheel (curiosamente, a soli 45 km da Anversa,
dove si presume che l’artista tenesse il suo studio)
[Aring, 1974; Scheeremberger, 1983].
E’ possibile che chi aveva livelli meno gravi di handicap
psichico non si vedesse riconosciuto quello che oggi chiamiamo
ritardo mentale; persone viste come leggermente “lente”
potevano essere, rispetto a quelle aventi handicap gravi,
del tutto integrate nella società. In questo contesto,
un giovane o un adulto con sindrome Down con funzioni intellettive
relativamente elevate, la cui vita non fosse stata minacciata
da malformazioni, avrebbe potuto non essere ritenuto così
diverso da richiedere un trattamento particolare nel contesto
sociale. Gli studi moderni sulle persone con sindrome Down
lasciate a casa dimostrano che le conseguenze sul piano
intellettivo variano dal ritardo mentale profondo a quello
borderline; la sindrome Down mosaica, del resto, può
risultare in funzione entro un raggio d’azione normale
[Fishler e altri, 1976]. Pertanto, la o le persone in questo
dipinto avrebbero potuto essere affette in maniera soltanto
lieve o essere mosaiche. Lui (o lei, o essi) avrebbero potuto
tranquillamente essere amati o almeno accettati in famiglia
o nella collettività, e persino essere stati un membro
della famiglia di questo artista sconosciuto.
Anche assumendo che il presunto handicap mentale del modello
non fosse riconosciuto o non così accentuato da suscitare
interesse nella società in cui viveva, il suo aspetto
colpisce e merita di essere esaminato. La spiegazione più
soddisfacente è che i segni fisici della sindrome
Down non fossero stati riconosciuti al tempo del dipinto
come rivelatori specifici di disabilità. Questa osservazione
è in linea con l’incapacità sociale
di attestare come anormali le lievi anomalie che la costellano
e con le scarsissime conoscenze delle anormalità
facciali collegate all’individuazione di una disabilità
sopraggiunta. Nel XVI secolo le ricerche mediche avevano
appena cominciato a distinguere le malformazioni gravi,
spesso associate ad eziologie e portenti soprannaturali.
La perdita o l’assenza di parti rilevanti del corpo,
come la mancanza congenita di arti, un gemellaggio congiunto
o altre palesi diversità fisiche, furono inizialmente
catalogate da Paré [1982] nel tardo XVI secolo in
un tempo successivo a quello del dipinto. Impercettibili
differenze facciali, come le lievi anomalie diagnostiche
nella maggior parte delle sindromi, molto probabilmente
non erano ancora ritenute in grado di esprimere una valenza
rivelatrice; si può pensare dunque che, mancando
tali conoscenze, l’aspetto anormale non fosse necessariamente
visto dalle famiglie come una ragione sufficiente per l’abbandono
del neonato.
La prima condizione di disabilità mentale delineata
sulla base di diversità fisiche facciali, il cretinismo,
risale a una fase molto più tarda del XVI secolo
[Kanner, 1964; Scheeremberger, 1983]. Fu solo nella seconda
metà del XVIII secolo che si tentò di quantificare
e schematizzare un profilo concettuale noto più tardi
come fisiognomica, in cui le misurazioni facciali, raffrontate
con tipologie ideali, erano utilizzate per rivelare funzioni
mentali e qualità morali [Stafford e altri, 1989].
Tanto è vero che fu nella cultura medica plasmata
sulla pseudoscienza della fisiognomica che Langdon Down
(e forse altri prima di lui) compì il salto di collegare
lievi rilevazioni fisiche a una condizione di disabilità
mentale che poi avrebbe portato il suo nome.
In ultima analisi, non ci resta che l’immagine tardo
medievale di una persona che sembra avere la sindrome Down
e tutti i crismi della divinità. E’ impossibile
sapere se a quel tempo e in quel luogo la disabilità
fosse stata riconosciuta o se fosse semplicemente irrilevante.
* Articolo
apparso sull’American Journal of Medical Genetics,
116A:399-405 (2003), e qui pubblicato per gentile concessione
degli autori e della John Wiley & Sons Inc.
Ringraziamenti
e riferimenti bibliografici
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