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Intervista
a Carla Fermariello pubblicata sul settimanale "Anna",
n. 42 del 21/10/2003
MIO FRATELLO DOWN
Un tempo nascosti dalla
famiglia. Quasi fosse una vergogna. Oggi accettati e integrati.
Ma le difficoltà non mancano. Come racconta chi vive
questo rapporto speciale.
di Silvia Ferraris
Carla
ha un altro modo di vedere il mondo. Per lei le persone
non si dividono in uomini e donne; bianche e nere eccetera.
La prima distinzione che ha dovuto fare è quella
tra “persone Down” e “non-Down”.
Carla ha realizzato di essere una “persona-non-Down”
quando i suoi occhi, grandi e scuri, hanno scrutato con
più attenzione quelli della sorella minore Giulia,
“persona Down”. Era l’età dell’adolescenza,
dei primi amori e delle prime paranoie. Nei corridoi della
scuola sentiva sussurrare: «Guarda, è la sorella
della mongoloide». Oppure: «Quella è
la sorella della cinese». Carla aveva 12 anni e i
primi brufoli, non le piacevano i suoi capelli, la mattina
non sapeva mai che cosa mettersi. «Mi guardavo allo
specchio e mi dicevo: “Ecco, sono un mostro. E per
giunta ho anche una sorella Down”». Oggi Carla
ha 27 anni. Quei tempi per fortuna sono lontani. «Non
sono stati facili. Oggi, però, nelle scuole le cose
sono cambiate. Non si sentono più frasi tipo: Hai
vinto il mongolino d’oro”».
Quarantamila in Italia
La società è diventata più corretta
verso le disabilità. L’anno scorso Lucio Dalla
è stato sommerso dalle proteste per aver detto “mongoloide”
in diretta Tv. E ha dovuto chiedere scusa.
Si parla spesso dei Down. Si sa quasi tutto, ormai, di questa
condizione genetica che prende il nome di uno dei medici
che nell’Ottocento l’hanno studiata, Longdon
Down. Si sa che riguarda un neonato su mille. Che si può
individuare precocemente con i test prenatali. Che chi ne
è colpito, oltre a una forma più o meno grave
di insufficienza mentale, ha anche più rischi di
prendere infezioni, e di soffrire di malformazioni cardiache.
Si sa del disagio che i bambini Down affrontano, perché
sono coscienti del loro ritardo. Si sa quanto soffrono i
loro genitori. Dei fratelli “non-Down” invece
nessuno sa nulla. Chi sono? Quanti sono? Soffrono della
loro normalità? A volte sì. Perché,
spiega Carla, «nella famiglia dove c’è
un bambino Down, il mondo ruota intorno a lui». Si
corre per accompagnarlo a scuola, in palestra, in piscina,
a passeggio, dal pediatra, dallo specialista, dal medico
della mutua, dalla nonna, a lezione di piano. Mamma e papà
hanno occhi solo per lui. Sogni per il suo presente, incubi
per il suo destino.
Ci siamo anche noi
In famiglia, i fratelli “non-Down” sono invisibili.
Docili autisti, attenti babysitter, amorevoli compagni di
giochi. Ma quando ci sono da prendere decisioni importanti,
vengono messi da parte. Gli adulti chiudono la porta e se
la sbrigano da soli. Carla, raggiunta l’età
della ragione, si è stufata di stare dietro la porta.
Un giorno ha cercato altri fratelli e sorelle “non
Down” come lei. Insieme hanno bussato alla maggiore
associazione di volontariato del settore, l’Aipd (Associazione
Italiana Persone Down) per dire:“Ci siamo anche noi”.
«Il futuro dei nostri fratelli riguarda soprattutto
noi. La vita media di una persona Down è stimata
sui 60 anni. Chi dovrà occuparsene quando mamma e
papà non ci saranno più?». Oggi il gruppo
dei fratelli “non-Down” ha 50 iscritti in tutta
Italia. Si è battezzato, all’inglese, con il
nome Siblings, e ha un sito (www.siblings.it). Attraverso
Internet, Carla e i suoi nuovi amici si confidano reciprocamente
i loro problemi. «Quando sono stanca», racconta
Carla, «penso a mia sorella Giulia e a tutte le sue
battaglie quotidiane. Lei è un esempio per me e talvolta
mi dispiace non avere più tempo da passare con lei,
o più voglia. Penso a tutte le volte che la mattina
si sveglia da sola e da sola si prepara. A tutti gli anni
che ha impiegato per imparare a farlo. A tutte le volte
che vuole dire qualcosa e balbetta perché si accorge
che non è abbastanza veloce per gli altri. Si stancherà
di parlare? Penso a quando va a pianoforte e torna col suo
quadernetto con le scale da copiare e imparare: con quanta
dedizione, con quanta volontà ripete ogni giorno
gli stessi esercizi. Penso agli sforzi enormi che fa per
rendersi più autonoma».
Un legame per sempre
Già è difficile essere “normali”
in un mondo in cui tutto è legato a immagini di uomini
e donne belli, ricchi e vincenti. Figuriamoci, poi, essere
Down. «Eppure», dice Carla «Giulia ogni
mattina si sveglia e affronta il mondo, la gente, le difficoltà.
Senza di lei forse non avrei quell’esempio costante:
una persona che mi dimostra con la sua personalità
e il suo entusiasmo che certe cose non sono poi così
importanti».
Certo, a volte, come tutte le sorelle, è insopportabile.
Troppo concentrata su se stessa. Lontana. Testarda. Egoista:
«La chiamo e non risponde, fa apposta cose che mi
infastidiscono, si irrita per nulla. Io ci rimango male
perché la vorrei sempre com’era da piccola,
sorridente e affettuosa, ma poi mi accorgo di quanto sia
ridicolo e anacronistico il mio desiderio, perché
io sono, in un certo senso, un intralcio alla sua vita almeno
quanto lei lo è per la mia. È come essere
ammanettate e felici…». Carla sogna che quelle
manette, prima o poi, si spezzino. «Spero che Giulia
possa sentirsi, un giorno, una donna realizzata, anche se
non potrà mai essere totalmente autonoma. Anche se
non potrà mai fare un viaggio con un ragazzo, sposarsi,
avere dei figli, fare il lavoro che avrebbe voluto fare,
giocare a tennis quanto vorrebbe…».
Il futuro è un’incognita. Come quello di tanti
ragazzi Down che stanno per completare gli studi. Giulia
le scuole superiori non le ha volute finire. Non riusciva
a stare al passo con i suoi compagni di classe: «Sono
troppo bravi per me». Ha preferito continuare in una
scuola diversa, più adatta alle sue capacità.
Un istituto diurno moderno e attrezzato dove per ora fa
le cose che le piacciono: ceramica, teatro, cucina, musica,
fotografia. Trascorre in questo istituto l’intera
giornata, compreso il pranzo, e poi torna a casa.
Che cosa farà da grande? Carla scoppia a ridere:
«Ma se non so nemmeno cosa farò io!»
Silvia Ferraris
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