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La
notizia
Antonio
non arrivava a casa.
Non che io avessi un'idea, sia pure indistinta, di quale
fosse la normale procedura di ritiro di un neonato dall'ospedale:
quando era arrivato Ruggero non avevo che quattro anni,
e i ricordi di quel periodo erano fatti più dalle
foto che giravano per casa che dalla mia memoria; tra l'altro
riottosa, come avrei imparato più tardi, a ripescare
con ordine gli eventi della mia vita dal calderone della
mia testa incasinata.
Però, a pensarci adesso lo ricordo distintamente,
a un certo punto cominciai a nutrire qualche dubbio: le
lungaggini della consegna di quel fratellino mi insospettirono,
insieme a qualche lacrima di mia madre, malcelata nel buio
della sua camera, a qualche silenzio preoccupato di mio
padre, senza alcun tentativo di celarlo seppure male, a
scampoli di conversazione colti qua e là durante
gli appostamenti a fiato sospeso che cominciai a praticare
nei corridoi e ffuori dalle stanze, con amici di famiglia
troppo presenti a casa nostra rispetto alle abitudini che
sino ad allora avevo conosciuto.
Fu tra quei frammenti che mi atterrò nelle orecchie
a sventola, per la prima volta, la parola mongoloide, sibilata
da qualcuno come un mantra sconosciuto, oscura sequenza
di lettere che smontai e rimontai nella mia mente, da solo,
senza riuscire a darle un senso compiuto; se non dopo un
paio di mesi, con l'aiuto di un amico medico che mi spalancò
davanti agli occhi una spiegazione affettuosa, insieme a
un libro grosso e pesante come il significato, da quel momento
svelato, di quel mantra, con cui negli anni successivi avrei
tentato quotidianamente di fare pace.
Non ho mai parlato con i miei di quel come, della notizia
che non sono stati capaci di raccontarmi nel modo in cui
avrei voluto, del buio fitto di quei lunghi sessanta giorni,
in cui mi arrabattavo inutilmente a mettere insieme in un
oggetto concreto le immagini e le parole che rimediavo in
giro per casa come briciole di Pollicino; non l'ho mai fatto
e credo che non lo farò mai, consapevole del fatto
che quell'arcana sequenza di lettere, da allora, è
stata comunque meno oscura per me piuttosto che per loro.
Non avrebbero potuto chiedere a me, allora, di aiutarli
a capire?
Alessandro Capriccioli 3-3-2004
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