| |
Risposta a “La culla”(2)
Cari
siblings, leggendo questa (bellissima) mail, mi vengono
in mente considerazioni analoghe a quelle che mi sono venute
leggendo la lettera di Paola. Come dicevo rispondendo a
Paola, io sono un fratello minore di persona con SD, per
cui molte cose non le ho vissute, non sono stato al capezzale
di nessuna culla ecc ecc....pero' mi ritrovo moltissimo
con quanto scrivono Carla e Paola. Soprattutto per quanto
riguarda il fatto che il contatto con l'ambiente extrafamiliare
sia stata forse la principale fonte di sofferenze nel mio
rapporto con la SD di Livia. Io avevo capito da subito che
Livia non era "normale", mi ricordo addirittura
che avevo il cruccio di doverlo dire a mia madre, senza
trovare mai il coraggio di farlo (sembra assurdo, ma questo
a 3 anni!). Pero' non c'era nulla di lacerante o particolarmente
doloroso in questo. Lacerazioni e dolori che invece sono
giunti, puntuali, nel confronto col mondo fuori casa, dapprima
nel confronto con i coetanei....(anche a me, quanto mi sarebbe
piaciuto avere gli strumenti per difendere me e Livia!)
e, successivamente, con l'impatto con i cosiddetti "modelli
di vita", con quello che nel sentire comune e' considerato
bello e quello che e' considerato brutto, quello che e'
fonte di vergogna o quello che e' considerato fonte di orgoglio,
con una idea di dignita' della persona tutta centrata sulla
"prestazione" e sul "rendimento", con
un'idea di intelligenza cognitiva utilizzata come misuratore
unico della qualita' di una donna o di un uomo. Con i modelli
umani "vincenti" presentati dai media, dalla tv,
dagli spot.....
Anche io, come Carla con Giulia, ho accettato subito la
diversita' di Livia. Ci ho messo un bel po' di piu' ad iniziare
a integrare ( piu' armoniosamente possibile) mia sorella
e me stesso col mondo fuori casa: e il nostro gruppo siblings,
anche per me , ha avuto un ruolo decisivo in questo.
buonanotte
Alessandro
Gwis 20 02 2004
Ritorna
a "la nostra esperienza" |