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Villa Maria Concetta

Anche io sono un fratello e voglio raccontare la mia esperienza con mia sorella Mimma, anche se è un po’ differente dalla vostra. Mi chiamo Aldo, sono nato nel 1940 e Mimma è stata ricoverata nel 1943, in piena guerra.
Da quando ho i primi ricordi, a casa mia c’era una strana atmosfera di malinconia e di tragedia. Sono l’ultimo di sette fratelli, intuivo dai sospiri di mia madre un grande dolore che mi veniva nascosto. Sapevo che la mia sorella più grande si era ammalata, ma non mi veniva detto di quale malattia, una brutta malattia che doveva rimanere nascosta perchè vergognosa. Poi, quando avevo dodici o tredici anni, su mia insistenza pressante, mi hanno portato a visitare Mimma nella clinica dove era ricoverata. Ed ho capito. E’ uscita la parola schizofrenia, che non capivo, ma di cui vedevo le manifestazioni davanti a me, quasi da manuale. Mimma dubitava se quel ragazzetto alto e magrissimo potesse essere il suo fratellino che le era stato strappato dalle mani e che mai più aveva visto. Alternava parole affettuosissime ad altri momenti in cui mi respingeva a parolacce. Per anni ho ricordato gli strani occhi di tutti i poveri malati che stavano con lei, per anni ho rivissuto quell’incontro scioccante. Eravamo intorno agli anni cinquanta del secolo scorso e gli psicofarmaci ancora non erano stati introdotti negli ospedali. I manicomi erano vere carceri con torture annesse, e i malati erano considerati come criminali da punire. E mia sorella era ricoverata in un istituto privato. Mi hanno parlato del grande manicomio di Roma , il Santa Maria della Pietà, come di un luogo d’orrore, come il vero Inferno dei dannati.
Sono cresciuto con un’ombra dentro di me, che mi faceva giudicare tutti gli altri e tutte le cose che succedevano a loro come sciocchezze rispetto al dramma numero uno che era dentro di me e dentro la mia famiglia. Raramente mi facevo accompagnare per andare da mia sorella. Non prendevo nemmeno in considerazione la possibilità di andarci da solo. Non avevo la patente, forse proprio per non avere questa possibilità. Mi ero fatto delle ragioni per non acquistare una macchina. Ho lavorato fin da giovanissimo e avrei potuto, come i miei colleghi, comprarmela. Lottavo contro il consumismo....Alla fine ho intuito questo problema e mi sono deciso. Ero allora pieno di buone intenzioni, volevo aiutare il prossimo, fare l’assistente sociale nelle carceri, magari il prete. Eppure avevo chiaro quale doveva essere il mio primo compito, il più semplice, a portata di mano: stare più vicino a mia sorella, aiutarla un po’, ricostruire in parte la sua famiglia. E senza deciderlo formalmente, ma così, in modo naturale, da quando ho avuto la mia macchina, sono andato a trovarla tutte le domeniche. Le mie fidanzate, gli amici e soprattutto mia moglie, a cui sono profondamente grato, hanno sempre saputo che la domenica pomeriggio non sono disponibile per nessuno. Sono stato vicino a mia sorella. I medici mi avevano detto, molti anni fa: “Mimma si chiuderà sempre più in se stessa, in un autismo senza più affetti, dondolandosi in continuazione avanti e dietro: questa sarà la sua unica attività. Si prepari.” Che sciocchezze! Per anni ci siamo parlati tutti i giorni al telefono. Le portavo decine di gettoni telefonici (volevo che fosse lei a chiamarmi, quando ne avesse voglia.)
Le ho fatto abbonamenti a riviste, che leggeva regolarmente, seguendo anche i romanzi d’appendice a puntate. Naturalmente aveva la radio e il televisore. Ma soprattutto di domenica l’ho fatta uscire regolarmente. Per lei ho comprato un infinità di dischi e cassette di vecchia musica di cui era appassionata. Da ragazza, prima di essere ricoverata, aveva tanto amato il cinema, il teatro , la poesia e la lettura. Siamo quindi andati al cinema, a teatro e una volta anche all’Opera di Roma, nel palco di proscenio, a vedere La Boheme. La sua gioia era la mia. Poi nei bar e nei ristoranti dove tutti l’accettavano come una persona normale. Ed ancora, poichè da piccolo giocavo spesso con una scatola di legno, che le era appartenuta, piena di collane, orecchini e anelli, ho cercato di ricreare questa sua passione ed ho comprato per lei anelli, collane, orecchini. E poi tanti, tanti vestiti che, pur con la sua taglia forte (gli psicofarmaci, si sa, fanno ingrassare) sono riuscito a trovare di gran gusto. Mi dicevano che si cambiava anche tre volte a giorno. Potevo fare queste spese per lei anche perchè sono diventato il suo tutore. Tralascio di raccontare per esteso le incomprensioni e le sofferenza causatemi dal Giudice Tutelare, che non sapeva spiegarsi queste spese se non con un sistematico e continuato furto da parte mia. Hai voglia a spiegare che sono il fratello di Mimma, che gli altri fratelli erano d’accordo su questa politica di spese, che in fondo il “patrimonio” di Mimma veniva dalla famiglia ecc.... continui controlli fatti fare talvolta proprio dalle persone sbagliate, cioè da quelle a difesa delle quali noi avevamo fatto interdire mia sorella. Scusate se sono stato poco chiaro, ma l’argomento in questione mi fa perdere la calma. Adesso Mimma ha ottanta anni e vede poco. L’oculista ha detto che i primi psicofarmaci, di cui ancora non si conoscevano bene gli effetti collaterali, hanno deteriorato la retina e quindi non riesce più a leggere nè a telefonare. Poi ha avuto altri malanni e sembrava proprio che ci dovesse lasciare. Ma si trattava solo di un’intossicazione da farmaci. Ora sta bene e viene seguita anche da una infermiera privata per alcune ore al giorno. Soprattutto, con alti e bassi, vive serena: è affettuosa e dolce. Non voglio dire quanto mi ha dato seguire Mimma, quanto aiutare gli altri (ma sono gli "altri" i famigliari più sfortunati?) sia in fondo un atto di egoismo perchè tutto ci viene restituito centuplicato.

Aldo

3 marzo 2003

 

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