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Io
e Francesco
Non so perché in quasi
due anni di ml non mi sia capitato di raccontare di me e
di mio fratello.
Sarà forse perché è successo tante
volte nei gruppi di auto aiuto a cui ho partecipato nello
stesso periodo e negli anni addietro, o forse, più
probabilmente, perché non mi sono sentito di farlo
e quelle poche volte in cui me la sono sentita o è
passato l'attimo o non me la sono sentita di sentirmela.
Tanto è vero che anche quel poco che racconterò
oggi ha vagato per oltre una settimana nella mia memoria
prima che mi decidessi a scriverlo.
Spero, sia per me che per voi, di non aver perso tutta la
carica emotiva suscitata da quel breve attimo di estasi.
E' stato di venerdì, verso l'una. Francesco a McDonald's
copre un orario giornaliero di quattro ore, dalle 9.30 alle
13.30, facendo riposo il martedì e la domenica. Da
familiare, da fratello, anch'io talvolta faccio fatica a
filtrare i suoi umori quando al ritorno dal lavoro ti riversa
addosso l'ostilità accumulata dacché la mattina
alle 8.20 è uscito di casa. La doccia "ogni"
giorno (un'utopia), l'autobus che non passa mai, le macchine
che suonano il clacson, i motorini che cadono e lo impauriscono,
i colleghi che lo sollecitano e lo punzecchiano se lo vedono
insonnolito: un resoconto preciso di tutto ciò che
lo ha infastidito o che non è andato come avrebbe
voluto viene rigurgitato appena ha varcato l'ingresso.
Ora non vivo più a casa dei miei, e quelle lamentele
le sento di rado e in differita. Eppure, oggi come allora
(saranno ormai otto anni che Francesco lavora al McDonald's
di Piazza Sonnino), so che qualcosa di storto nella sua
mattinata lavorativa c'è stato, più o meno.
E oggi come allora so anche che mio fratello è in
buona compagnia, non essendo certo l'unico impiegato a dover
confrontarsi ogni giorno con gli inconvenienti del lavoro,
gli umori dei colleghi, il sarcasmo dei superiori; anzi,
oltre al saltuario ascolto delle sue rimostranze, oggi mi
tocca sorbirmi quelle pressoché quotidiane della
mia convivente. Precisazione che mi agevola nell'operare
l'immancabile livellamento tra Francesco e una qualsiasi
altra persona: tutti, lui compreso, hanno il proprio da
fare per fronteggiare le insidie di una giornata lavorativa.
Di qui all'altra precisazione, sacrosanta, secondo cui in
realtà per le nostre sorelle e i nostri fratelli,
con una leggera sfumatura di generalità, la questione
è un po' diversa, restando essi sempre e comunque
(con buona pace di certi operatori) delle persone con ritardo
mentale. Fino alla precisazione conclusiva, un po' salomonica,
ma che preferisco, secondo cui, in fondo, siamo tutti profondamente
diversi.
Assolto ogni compito di profilassi liberalprogressista e
immolato il mio tributo alla banalità, posso tornare
a parlare di quel venerdì, non senza aver ben chiaro
il disagio nel tornarci, cui peraltro si deve il mucchio
di scempiaggini scritto finora.
Francesco doveva lavorare ancora mezz'ora, sicché,
dopo essermi intrufolato, mi sono sistemato a ridosso dell'entrata,
senza farmi notare, osservandolo mentre si dava da fare
con le "bibite". E' la sua mansione abituale all'interno
dell'organigramma fastfoodistico, il suo anello nella catena
globale. Insomma, amici miei, che vi devo dire: se avessi,
come non ho, la tendenza a tirar fuori le mie emozioni in
modo naturale e istintivo, di lì a venti secondi
i miei occhi si sarebbero bagnati di lacrime, la vista si
sarebbe appannata e avrei dovuto palpare nella tasca del
cappotto il primo fazzoletto, sporco, per asciugare prontamente
quei rivoli karmici. Invece, arido come il feltro, me ne
sono stato lì, fra l'inebetito e l'estatico a guardare
mio fratello che spillava coca-cola, annuiva a se stesso
per l'operazione portata a termine con successo e si accingeva
a ricominciare daccapo. Era così rassicurante vederlo
integrato - quanti termini mi sarei risparmiato se non fossi
il fratello di una persona disabile... - tra i suoi colleghi,
i quali, a onor del vero, oltre a stuzzicarlo lo trattano
con rispetto e gli vogliono bene; così appagante
sapere che anche quando non è con la sua famiglia,
con me (dico: con me!), può essere al sicuro, rendersi
utile, trovare il suo spazio, lui che è così
indifeso, manipolabile, remissivo (ma quando vuole inattaccabile,
saldo, agguerrito).
L'incognito è durato non più di cinque minuti:
tanto gli ci è voluto per guardarsi intorno e capire
che suo fratello era lì. Ma ve lo dico dal profondo
del cuore: sono stati cinque minuti bellissimi, emozioni
allo stato puro, cristalline, un'iperbole di fierezza, impotenza
e felicità, fino al momento culminante, quando ho
creduto di alzarmi lentamente da terra, a mo' di quei sensitivi
messicani che asseriscono di acquisire, nel momento di massima
concentrazione, e dopo una buona dose di mescalina, la facoltà
di librarsi nell'aria. Passati quei cinque minuti da voyeur
incallito, quando ormai dovevo aver assunto la posa di un
manichino passato di moda, Francesco si è voltato
dalla mia parte, mi ha guardato per un istante, si è
rigirato verso il bicchiere di sprite ormai quasi pieno,
ha fissato il vuoto per capire se i suoi occhi esotici l'avessero
tradito, si è rivoltato verso di me e si è
abbandonato al più straordinario, pieno, autentico
dei sorrisi.
Di lì a due secondi: l'incognito era smascherato,
la mia estasi passata, e la sprite traboccata.
Giulio I.
17 febbraio 2003
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