14 Set Giulio Iraci: «Nei nostri fratelli e sorelle vediamo la persona, non la disabilità»
A due velocità Parla Giulio Iraci, docente di filosofia all’Aristofane di Roma e Comitato Siblings-sorelle e fratelli di persone con disabilità: «Una società che merita questo nome deve occuparsi degli studenti fragili. È grave che non ci si attivi per immettere in ruolo tutti gli insegnanti che si occupano di loro»
«Mio fratello Francesco è una persona con sindrome di Down di 54 anni – racconta Giulio Iraci, professore di filosofia e storia al liceo Aristofane di Roma e cofondatore del comitato Siblings-sorelle e fratelli di persone con disabilità – Nella nostra prospettiva di auto-mutuo-aiuto vediamo la persona, non la disabilità. Ci sono disabilità molto impedienti che danno scarsa autonomia, però anche in questi casi noi pensiamo a cosa si può fare e non solo a ciò che non si sa fare. I nostri fratelli e sorelle conoscono altre dimensioni del pensiero, del sentire e dell’agire. Comprendere e agire insieme è decisivo quando si parla di scuola, ma anche di lavoro, oppure nelle relazioni».
L’insegnamento di sostegno, e l’inclusione, sono stati principi democratici importanti nella scuola negli ultimi anni. Cos’è cambiato da quando suo fratello la frequentava a oggi?
«Si sono fatti passi avanti, questo è fuori di dubbio. Francesco, nella prima metà degli anni Settanta, non andava alla materna e alla primaria. Le ha fatte dopo, quando è iniziata quella che si chiamava «integrazione». Allora c’erano esperienze pionieristiche, ma oltre non si andava. C’erano molte resistenze. A Francesco, per esempio, non è stato dato il diploma di terza media, ma solo un attestato. Ciò non ha reso semplice l’iscrizione a una scuola professionale che poi ha frequentato. È stato assunto da McDonald’s, di cui è stato uno dei primi dipendenti in Italia. Oggi, dopo tanti anni, c’è una maggiore conoscenza del fatto che esistono studenti con disabilità, ma c’è molto ancora da fare.»
Per esempio?
«Nelle scuole di secondo grado bisognerebbe ricordarsi più spesso del fatto che gli insegnanti di sostegno non dovrebbero occuparsi solo di un individuo, ma dell’intera classe che interagisce con lui. Questo tipo di insegnamento sostiene tutti gli studenti, non solo uno in particolare. Purtroppo è molto diffusa la prassi per cui quando c’è il sostegno, allora lo studente è preso in carico solo da un insegnante. In alcune situazioni c’è bisogno di un supporto costante. Ad esempio di una terza figura: l’operatore Oepac, cioè di un assistente alla comunicazione che è fondamentale per interagire. Si può fare molto di più anche nelle attività o nei viaggi di istruzione.»
Lei insegna filosofia. Che impatto ha avuto l’inclusione sul suo modo di insegnare?
«La vita con mio fratello mi ha dato qualcosa in più. Capisco profondamente la situazione perché so, e sappiamo, cosa significa averla in famiglia. Se oggi c’è uno studente nelle stesse condizioni di Francesco, mi adopero che impari la storia e la filosofia. La filosofia è una disciplina difficile perché c’è tanta astrazione, ma creando un’attività laboratoriale e, per tentativi, si può arrivare con la classe a una conoscenza comune. Vorrei però fare una distinzione di fondo…»
Quale?
«Non ritengo che per avere a che fare con una disabilità bisogna conoscerla direttamente. Per insegnare, serve la formazione. Questo vale per tutti gli aspetti della vita di una classe. Per esempio, se ho uno studente di recente immigrazione devo conoscere da vicino la sua situazione? Non necessariamente. Lo stesso vale per chi viene da situazioni di disagio economico e sociale.»
Cosa si può fare?
«Dobbiamo formarci e pretendere che ci mettano in grado di affrontare con intelligenza anche queste situazioni. Il rischio è che in un collegio docenti si affidi solo a uno specializzato tutto il disagio che può esistere. E questo non dovrebbe accadere.»
Uno dei problemi dell’insegnamento di sostegno è la continuità didattica. Quanto è importante il fatto che un singolo docente sostenga lo studente per più anni?
«La continuità è molto positiva, anche se necessita di un dialogo. Ci dovrebbero essere più momenti di confronto e di monitoraggio che aiutino tutte le componenti del gruppo di lavoro per l’inclusione a fare il meglio per gli studenti.»
Negli ultimi mesi si è discusso sulla possibilità per cui le famiglie chiedano la conferma di un docente che spesso cambia scuola o anche di ruolo. Cosa ne pensa?
«Al centro di tutta l’attività del sostegno, come delle altre, va messo il benessere dello studente e quello della famiglia. Allo stesso tempo, è giusto che la scuola tuteli i diritti di chi ha lottato anni per avere il riconoscimento del suo lavoro. La scuola dovrebbe fare l’uno e l’altro: mettere in grado l’insegnante di fare bene in termini di apprendimento e di relazioni e rispettare i diritti di chi fa questo lavoro.»
È un equilibrio difficile da raggiungere. La scuola impiega ogni anno circa 246 mila insegnanti di sostegno, circa un terzo non è di ruolo e un altro terzo non ha alcuna specializzazione. Ci sono state 13.860 assunzioni, ma non sembrano bastare…
«Io sono stato precario. Questa è una piaga vergognosa. Non c’è volontà da parte dei governi di voler risolvere il problema. La precarietà, che già nuoce a chi è precario, ricade sugli studenti fragili. Ed è ancora più grave che lo Stato non si attivi per immettere in ruolo gli insegnanti che si occupano di questi studenti. Una società che merita questo nome deve occuparsi delle persone fragili.»